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Leggende su San rocco

La festa ricorre il 16 agosto, il giorno dopo la festa dell'Assunta; ma i buteresi vi si preparano un mese prima con un viaggio-pellegrinaggio alla chiesa dove sono custodite le sacre reliquie e dove si coglie l'occasione per rivolgere inni al Santo: 

Oh billizza celestiali
Di la chiesa universali!
Santu Roccu protetturi,
Di Vutera e bonfatturì. 

La solennità dura tre giorni, dal 14 al 16 e dai paesi limitrofi (Gela, Riesi, Mazzarino, Acate e Niscemi) arrivano tanti devoti d'ogni genere, a piedi, sui carri, ed ora con le automobili, per sciogliere il loro voto a Santu Ruccuzzu e gli portano in dono soldi, oggetti d'oro, ceri, biancheria e capi di bestiame, ricevendo in cambio un nastrino colorato (zagarella o lanzaredda) che legano per devozione al polso o al braccio destro per scongiurare infermità in avvenire. Fuori dalla chiesa, in Piazza Dante, è un via vai di gente che si accalca tra le bancarelle di torronari e di giocattoli.

II 15 agosto, giorno dell'Ascensione, nel pomeriggio ha luogo «lu jocu di lu sirpintazzu» (il gioco del serpentaccio) a cui partecipano i giovani della città e quelli dei comuni viciniori. Si tratta di un mostro di forma fantastica che ha del pesce, dei serpente, dell'uccello e di qualche altro animale, munito di coda ad una estremità, e di testa che finisce con un largo e lungo becco dall'altra; ha il corpo simile a quello del tonno coperto da squame verdastre, chiazzate di giallo, rosso e nero e presenta due aperture sotto il collo.
Questo animale è portato da un uomo che vi si ficca dentro, lasciando comparire al di fuori la parte inferiore del suo corpo, cosicché il 'tutto piglia la forma di un bipede che potrebbe assomigliare ad un oca pittoresca che ad un serpente. Le origini di tale gioco sono oscure. Qualcuno allude al serpente che sta sotto i piedi di Maria Vergine Assunta (ed infatti la sua festa ha luogo il giorno prima del santo patrono); altri al serpente trovato accanto alle ossa di S. Rocco; altri ancora alla tradizione orale secondo la quale un gigantesco e pauroso serpente infestasse le campagne del comune terrorizzando i contadini che non osavano più uscire
all'aperto. Sicché, un giorno, un devoto del Santo recatesi in campagna, ebbe di fronte il pauroso rettile ed invocando S. Rocco lo uccise. Si trattava di una «biddina»? Secondo la tradizione, anche in contrada S. Giuliano, in territorio di Mazzarino ai confini con Butera, esisteva una «biddina», un serpentaccio ricoperto da squame corazzata che terrorizzava chiunque passasse e, pare. abbia mangiato qualche persona prima che un pastore lo facesse fuori (pare che il suo lato vulnerabile fosse la parte inferiore, che non contiene crocchiuli»). 
Sicuramente questa finzione serviva ad esorcizzare la paura verso il mostro da parte del popolo che, terrorizzato, non voleva recarsi in campagna per lavorare. Così nel pomeriggio, in Piazza Dante, un giovane, dal fisico atletico, s'infila dentro il serpentaccio tra il rullio di tamburi, afferrando col becco qualche berretto di astante e tentando di mordere qualche braccio tra il divertimento di tutti. Intanto da una fune, agganciata da una parte dal muro del municipio e dall'altra tirata da una persona adulta, pende un'oca legata ai piedi e col collo unto di sapone: di sotto il serpentaccio (o, chi gli sta di dentro) alza la testa tentando di azzannare con il lungo becco il collo dell'oca, e, nel culmine del gioco, lo afferra effettivamente staccandoglielo e portandoselo a casa come un trofeo. 


II terzo giorno, nella mattinata, la statua di S. Rocco, posta su di un carro, viene portata in processione al grido impetuoso di «'Mbràculi, 'mbràculi, mbràculi!» dalla chiesa del Santo alla Matrice. Fino a qualche anno fa, per recuperare le promesse inadempiute dei devoti, i contadini che trascinavano il fercolo, a un certo punto, fingendo di non farcela più a trasportarlo, perché il Santo era divenuto improvvisamente pesante, si fermavano di colpo. Cos'era successo? Nasceva così il sospetto che qualcuno del vicinato doveva qualcosa al Santo, qualche cosa promessa in un momento difficile e non data. Giravano di qua e di là e trovavano il devoto moroso che dava l'obolo. «Viva Santu Ruccuzzu!» gridavano tutti, e la forza come d'improvviso ritornava e il fercolo, prendeva la rincorsa per tornare a fermarsi nuovamente. Ogni tanto un sacerdote saliva sul fercolo e con un fazzoletto puliva il viso ed il collo del Santo della polvere depositatasi lungo il faticoso tragitto mentre il popolino credeva che il Santo sudava e che quel sacerdote gli asciugasse il sudore; cosicché tutti volevano baciare quel fazzoletto. 
Tutt'ora, durante la processione, i bambini miracolati o in attesa di miracolo vengono spogliati delle loro vesti che vengono offerti al Santo protettore degli appestati. Nel pomeriggio riprende la processione dalla matrice alla Chiesa di San Rocco. Particolare curioso: nel mattino il fercolo viene portato da adulti robusti e nel pomeriggio dai «carusi», cioè dai giovani e dai fanciulli. Ciò perché si crede che nel salire verso la Chiesa Madre il Santo si faccia pesante e nello scendere verso la sua chiesa, più leggero. 

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