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Dopo
pochi giorni dal mio ingresso solenne in questa cittadina sono di nuovo
con voi per celebrare la festa di San Rocco Patrono della vostra città.
Per noi cristiani il momento culminante della festa patronale non sta
nelle manifestazioni di carattere folcloristico, cose pur necessarie
che servono da contorno alla festa, ma nella celebrazione eucaristica
di rendimento di grazie al Padre, che realizza la comunione dei Santi,
a cui anche noi partecipiamo.
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La
festa di San Rocco, eletto patrono di questa città il 18 aprile 1683
per la volontà dei principi di Butera, deve essere un occasione
speciale per verificare la nostra fede in Cristo morto e risorto per la
nostra salvezza e perché ognuno di noi, santificato nel battesimo e
nella cresima, si convinca che può diventare santo nonostante i suoi
difetti e le sue debolezze e che deve diventare santo, se vuole
realizzare in pienezza tutto sé stesso e trovare un senso pieno alla
sua vita. |
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Essere
battezzati, essere cristiani, tendere alla santità è più importante che
essere vescovi, come aveva intuito quel grande vescovo che fu
sant’Agostino, che diceva: “sono cristiano con voi e questo è per me un
onore, sono un vescovo per voi e questo per me è un onere, un peso,
addirittura un pericolo.La festa del nostro Santo Patrono deve essere
per noi l’occasione di una rinnovata unità di fede e vita che ci faccia
vivere in modo straordinario la nostra vita ordinaria.San Rocco è un
santo medioevale la cui vita rimanda ad avvenimenti verificatisi
intorno al 1350 e collegati con la epidemia di peste nera che per circa
un decennio funestò l’Italia e l’Europa.Egli nacque da Giovanni,
signore di Montpellier, e da Libera, donna altrettanto nobile e
devotissima. Egli fu educato alla bontà ed alla pietà ed ebbe come
modello di vita la santità di un altro nobile francese dell’epoca:
Ludovico d’Angiò, giovanissimo Vescovo di Tolosa, il quale rinunciò al
Regno di Napoli per la sequela di Cristo. Come questo santo principe
che volle indossare l’abito della povertà francescana, lo stesso nobile
Rocco, facendosi Terziario. Rocco già adolescente, praticò le virtù e
la penitenza cristiane. Il passaggio di tantissimi pellegrini per la
sua città, posta sulla via per Santiago di Compostela, colpì la sua
giovane mentalità; e lo affascinò al punto che egli stesso si
predisponeva al pellegrinaggio a Roma, inTerra Santa e verso gli altri
luoghi di della cristianità medioevale. Egli raccolse le ultime volontà
del padre che gli propose di usare cristianamente i beni che riceveva.
Dopo la morte della madre, Rocco rimase solo a gestire i suoi beni, che
destinò alla consolazione dei poveri, delle vedove, degli orfani. Si
ritrovò che aveva praticamente dispensato i suoi beni. E non gli
rimaneva altro che il suo desiderio di andare pellegrino: e
giovanissimo egli indossò l’abito del viandante; prese il bastone, mise
il cappellaccio e il manto conchigliato, e si avviò verso Roma. Giunse
nello Stato Pontificio, ad Acquapendente, nel territorio della città
papale di Viterbo, dove lo raggiunse la notizia che la peste si andava
diffondendo in maniera durissima, mietendo vittime in ogni contrada.
Allora, mosso dalla carità di Dio, egli chiese al responsabile
dell’ospedale di quella cittadina, di poter servire volontario gli
ammalati e i derelitti; e devotamente si mise a curare i malati, nel
nome e nel segno di Cristo, ricevendo gratitudine e riconoscenza. Le
vicende dell’epidemia gli impedirono, per qualche tempo, di raggiungere
Roma; egli, riscoprendosi poteri taumaturgici ed si avviò verso i
luoghi dove il morbo infieriva, cercando di portare sollievo e
guarigioni. Si recò a Cesena che contribuì a liberare dalla peste; dopo
qualche tempo egli fu a Roma, ospite del cardinale d’Angera, che ospitò
il santo per qualche anno nel suo palazzo; e gli fece conoscere il
Pontefice, il quale lo benedisse e gli concesse l’indulgenza plenaria
del pellegrino di San Pietro e Paolo. Alla morte del cardinale, Rocco
lasciò Roma e si avviò al nord, visitando Assisi e i luoghi francescani
dell’Umbria. A Rimini egli si fermò ancora per qualche tempo, perché la
peste continuava ad infierire, offrendo la sua opera e guarendo molti
appestati. Percorrendo l’Emilia, egli attraversò città e campagne,
dirigendosi verso Piacenza, città ancora invasa dalla malattia; e la
egli si prodigò nell’ospedale, nei lazzaretti e nelle case della gente,
curando gli ammalati con il segno della croce e con interventi
igienici. Fu a Piacenza che Rocco ebbe il sentore che la peste avrebbe
colpito anche lui: le infezioni alla sua gamba si estesero in maniera
dolorosa e lo privarono del sonno e lo costrinsero al gemito ed al
pianto. Di notte, così, egli abbandonò l’ospedale e si recò in una
selva fuori della città. La peste di Rocco, nel disegno divino, doveva
avere valore di sofferenza offerta per la liberazione di tutti: ed in
questa prospettiva Rocco si costruì un luogo appartato con delle
frasche ove miracolosamente sgorgò una fonte d’acqua pura. Nella stessa
selva si trovavano la villa rurale e le proprietà del nobile Gottardo.
Alla tavola di questo nobile, ogni tanto, un suo cane sottraeva del
pane e lo portava al santo eremita Rocco. Questo comportamento
dell’animale incuriosì Gottardo che volle seguire il cane; e scoprì la
capanna di San Rocco che ivi giaceva affetto dalla peste. Gottardo vide
nel comportamento del cane un segno divino e decise di aiutare il
santo. Vicino a Rocco Gottardo si convinse ad abbracciare la povertà e
ad andare elemosinando per Piacenza, dove era molto conosciuto, tra lo
scherno generale. La peste si riaccese violenta in città, e Rocco fu
costretto a lasciare il suo eremo per portare conforto e cura agli
appestati. La sua presenza mitigò miracolosamente la presenza del
brutto male nella città; e i piacentini riconoscenti vollero onorare
Rocco nel bosco, condividendone la vita ed ascoltando l’insegnamento.
Per intervento divino san Rocco guarì e, ringraziando il Signore,
riprese la via del ritorno verso la Francia. Da Piacenza, Rocco si
portò ad Angera dove erano in corso scontri bellici; e Rocco, scambiato
per nemico fu imprigionato; e là rimase in cella per cinque anni, senza
avere occasione di manifestare la sua nobile identità. Il malinteso fu
risolto alla morte, quando segni di luce misteriosa testimoniavano la
sua innocenza e la sua sofferenza accettata per amore di Dio. In fin di
vita Rocco chiese ad un sacerdote di confessarsi, e chiese alle guardie
di non essere accudito per tre giorni. La notizia dei fenomeni
miracolosi nella cella di Rocco si diffuse e giunse al signore della
città, la madre del quale, dalla tavoletta d’oro con l’impressione del
nome del Santo ritrovata sotto la sua testa e dal segno della croce
impresso sul petto, riconobbe il nipote del figlio e ricordò che il
padre di Rocco era stato fratello germano del signore di Angera. Alla
sepoltura gli abitanti di Angera parteciparono commossi, ed al
pellegrino, ritenendolo già santo, innalzarono una grande chiesa.
La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci aiuta a leggere con gli occhi
della fede la vicenda di Rocco. San Rocco, novello Mosè, di fronte alla
minaccia della distruzione del popolo d’Israele per mezzo della peste,
invoca da Dio “lento all’ira e grande nell’amore per la sua bontà”, il
perdono per il popolo di Dio. San Rocco è l’uomo giusto e timorato di
Dio che dona i suoi beni con generosità ai poveri di cui parla il salmo
111. Il Vangelo ci mostra come san Rocco, ad imitazione di Gesù, buon
samaritano, che come afferma la liturgia, viene accanto ad ogni uomo
piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della
consolazione ed il vino della speranza, fu il buon samaritano del suo
tempo, che l’amore al prossimo servendo, curando e guarendo gli
appestati. San Rocco mise in pratica quanto abbiamo ascoltato dalla
prima lettera di Giovanni, coniugando la fiducia in Dio ricco di
misericordia e la fede in Cristo con un amore fattivo verso il prossimo
e con l’osservanza dei comandamenti. Anche noi siamo chiamati a
seguirne l’esempio. La prima priorità pastorale, come ci ha ricordato
il Santo Padre nella “Novo Millennio Ineunte”, è la santità non come
fatto esclusivamente individuale ma ecclesiale. Affidiamo
all’intercessione del nostro patrono la nostra città ed i suoi abitanti
perché viva nella concordia e nella pace, nello spirito di solidarietà
che ponga le risorse degli uni a vantaggio degli altri nella
partecipazione attiva alla vita della nostra comunità, in un clima di
rispetto, di fraternità e di dialogo. Preghiamolo per coloro che sono
chiamati al servizio di questa città ogni loro sforzo nella promozione
della libertà e della giustizia, nella difesa della legalità e nella
ricerca del bene comune. Preghiamo per la nostra comunità perché sia
una comunità santa al servizio del Regno di Dio con i cristiani laici
maturi nella fede pronti a rendere conto della nostra speranza e a
impegnarsi con una carità operosa nei confronti di chi ha bisogno di
qualunque genere di aiuto. Preghiamo il Signore per intercessione di
San Rocco perché liberi la nostra gente dalla mancanza di senso per la
loro vita, dalla tristezza e dalla noia, dalla spirale dell’odio e
della violenza, dalle ingiustizie e dai soprusi, dalla ricerca smodata
del potere, dalla insaziabile sete di denaro, dalla schiavitù del
piacere e dalle varie droghe che propina la nostra società
consumistica. Preghiamo perché doni serenità alle nostre famiglie,
memoria delle proprie radici cristiane ai nostri emigrati, perseveranza
a coloro che soffrono a causa delle malattie, dell’emarginazione
sociale e della povertà materiale e spirituale, compagnia alla
solitudine dei nostri anziani. L’esempio e l’intercessione di San Rocco
ci aiutino a vivere una vita cristiana caratterizzata dall’amore verso
Dio e dall’amore fattivo verso il prossimo.
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